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La storia di Cecilia Faragò, l’ultima fattucchiera che sconfisse il pregiudizio

Per raccontare la storia di questa donna, prendo spunto da una cronaca che pubblicai nel 2015 su www.infooggi.it, narrante un incontro che si tenne a Zagarise nel 2015. C’è dentro tutto ciò che occorre sapere su una donna non dei nostri tempi, ma che i nostri tempi dovrebbero prendere in esempio. Come in un appello ai calabresi, duri, testardi e veraci: combattiamo la rassegnazione, sleghiamoci dal pregiudizio che ci logora.

ZAGARISE, 10 GENNAIO 2015 – Siamo nel XVII secolo, nel Regno delle Due Sicilie dei Borboni. È terra di provincia: fra Napoli Palermo, capitali fiorenti del Regno, trova spazio la Calabria citeriore, terra arida ma intrisa di storie e culture, miti e leggende. Fra Zagarise Soveria Simeri, piccoli borghi ai piedi della Sila, vive Cecilia, una donna speciale, viva perchè libera. Può sembrare l’ennesima storia di demonizzazione del ‘diverso‘, della continua persecuzione di chi non risponde a stereotipi e combatte i pregiudizi. Ma se collocata nel quadro storico settecentesco, allora la storia merita di essere studiata e raccontata, e l’esempio, come una moderna novella, trasmesso come insegnamento di vita.

Proprio per questo a Zagarise, paese natìo di Cecilia Faragò, si è svolto ieri un incontro dedicato a lei e alla sua particolare storia. L’evento, organizzato con passione da Francesca Zungrone, col patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Zagarise, è stato occasione di confronto fra amministratori e studiosi sulla storia dell’ultima fattucchiera, uniti nel ribadire, con forza, che quell’insegnamento deve essere linfa vitale per il riscatto dell’area centro-calabrese. 
Cecilia è una vincente” – afferma la Zungrone – “come il ramo di bambù con cui l’artista Saverio Martelli l’ha voluta rappresentare: si piega e si trasforma, ma rimane ferma nelle radici della propria terra (nella foto, ndr)”.

Moderatore dell’incontro è Mauro Minervino, antropologo ed autore impegnato nello studio delle etnologie mediterranee: “In una delle prime diatribe che l’umanità ha conosciuto, quella della battaglia fra i sessi, la storia di Cecilia Faragò assume grande importanza: è una lotta per la liberazione non solo delle donne, ma dalle incrostazioni di potere che le condannano a vivere in modo infelice. Conobbi questa storia dal professorMario Casaburi, a cui va il mio pensiero e il mio ricordo”. Minervino riflette sui motivi che ci devono spingere a ragionare su questa storia, senza banalità, senza limitarsi ad un mero racconto di una storia: “L’esempio di Cecilia scorre nei tempi e non deve essere vano, ci deve portare ad una linea d’intervento forte sulla figura della donna nelle nostre comunità, alla quale questa storia di riscatto appartiene. Avere dei sindaci che vedono i propri comuni come i luoghi di questo riscatto è per noi fondamentale e, di sicuro, questo territorio sta incominciando a fare un buon lavoro per riscoprire il valore della cultura. La cultura è l’unico modo per tenere insieme le persone e le identità dei nostri piccoli paesi, che si indeboliscono se mancano cemento culturale e orizzonte umano”. La storia di Cecilia come emblema della lotta alle ingiustizie, della sete di libertà placata solo al raggiungimento della libertà stessa: “È importante ricostruire il quadro di mentalità: è vero che ha usato i canali della legge, ma questa donna da sola lotta contro i poteri costituiti, e da sola esce da questo ‘legal thriller’. Ma Cecilia muore sola e senza averi. Il prezzo pagato per la lotta verso la libertà. La stregoneria non è una storia di arretratezza meridionale, viste che i primi processi di stregoneria si ebbero nel cuneese, ma è anche vero che il magismo è perdurato fino a qualche decennio fa. Ciò rende ancora più straordinaria la forza di creare la propria mentalità e il proprio essere in luoghi lontani dai centri del sapere”.

Nell’arco dell’incontro, anche il saluto dei sindaci dei due comuni in cui Cecilia ha vissuto. Domenico Gallelli, sindaco del paese di nascita della “fattucchiera“, Zagarise, ha voluto mettere in luce come il nostro territorio, oltre che terra di conquista, è stato anche luogo in cui si è stabilito lo stato di diritto: “Vada orgoglioso di questa storia di libertà chi abita questo territorio, portando come esempio questa storia per combattere e riscattare la propria situazione sociale”. Il sindaco di Soveria Simeri, Aldo Olivo, sottolinea come il gap fra Sud e Centro-Nord nasce anche da una mancanza di cultura e di una coscienza storica: “Le nostre comunità sono spesso prive di cultura e la nostra arretratezza economica è necessariamente legata all’arretratezza culturale. Non siamo ancora capaci di raccontare la nostra storia. Chi meglio di noi amministratori può spronare l’opinione pubblica su questi argomenti? Si vive anche di sapere e lo dobbiamo dire ai giovani”. I due, con l’assessore alla Cultura di Zagarise, Francesca Tobruk, hanno voluto promettere l’impegno costante nella valorizzazione della cultura come motore di sviluppo.

A raccontarci le vicissitudini dell’ultima fattucchiera ci hanno pensato, oltre al professor Minervino, anche l’avvocato Natalina Raffaelli, discendente del giuroconsulto che difese proprio Cecilia Faragò, e lo storico Marcello Barberio.
L’avvocato Raffaelli, appena ventenne, scrisse la memoria difensiva della Faragò. E proprio da questa memoria apprendiamo quasi tutto ciò che è oggi a nostra disposizione sulla storia di Cecilia. Una certa vedova Rossetti denunciò, istigata da due canonici di Soveria Simeri che avevano tentato di impadronirsi dei suoi beni, a denunciare Cecilia per stregoneria. Sebbene il tribunale di Catanzaro assolse l’imputata, la vedova fece appello alla Gran Corte di Napoli. E li, l’avvocato Raffaelli scrisse la complessa memoria difensiva, smontando il ‘vago romanzetto su Cecilia’, come lo definì. Dimostrò, partendo dalla cultura greca, la non esistenza della stregoneria. Smontò le accuse mosse dalla vedova dimostrando come quel reato di stregoneria andava a colpire dei delitti che toccavano diritti umani veri e propri, come sacrifici umani e non artifizi vari e polverine chissà perchè misteriose. Cecilia vinse quella causa, diventando un’eroina civile, non solo esempio di femminismo. La vittoria di Cecilia fu la vittoria di tutti sul pregiudizio: quello fu l’ultimo processo per Maleficium del Regno delle Due Sicilie, che dopo abolì il reato. Solo lo studio e la conoscenza accendono i lumi della ragione: conoscere i propri diritti ci aiuta a vincere le battaglie per conquistarli. Come fece Cecilia, che vinse ma morì comunque sola e senza averi: pagò comunque una condanna sociale, figlia della mentalità ancora non matura dell’epoca”.
A centrare meglio la storia nel quadro storico è Marcello Barberio: “La realtà della Soveria Simeri in cui viveva Cecilia è espressione della società del Settecento. Cecilia è possidente minore in un contesto di latifondo, di cui il clero possedeva un terzo dell’intero patrimonio. Addirittura la Chiesa aveva più possedimenti del demanio statale. Alla morte del figlio, Cecilia pretese di gestire i beni di famiglia. I due canonici la fecero incarcerare per un fantasioso ‘mandato dell’erario’, e poi fecero in modo che la vedova Rossetti la citasse in giudizio per stregoneria, alludendo ad una polverina lanciata su un canonico poi morto per tisi, come certificarono i medici dell’epoca. Nell’epoca dell’Inquisizione, Cecilia difese i suoi averi dalla forza e brutalità della Chiesa, a quei tempi affamata oltre di anime anche di averi e che tacciava di stregoneria chiunque avesse un pensiero differente. Proprio per la regolarità nella lotta, e dal senso della concretezza che questa donna aveva, non può essere considerata una ‘magara‘, figura irregolare per definizione. La storia di Cecilia Faragò è una delle tante che figurano per tenacia e opposizione in un periodo particolare, quasi Illuministico, in cui la battaglia sui diritti era ormai forte”.

A chiudere l’incontro, l’intervento non previsto ma brillante, come sempre, del professore Franco Santopulo: “E’ storia di femminismo ed eroismo sociale insieme, la storia di Cecilia. Il magismo è anche, soprattutto, questo: pregiudizio. E non è mai finito. Basti pensare a Emmy Noether, una delle menti matematiche più brillanti, che si vide non assegnare la cattedra a Gottinga perchè donna. Oppure a Maria Montessori, che ebbe pure difficoltà ad iscriversi alla facoltà di medicina per il suo gentil sesso. Eppure siamo nel Novecento. Perchè non cercate di dare risposta alla violenza sulle donne con questo punto di vista: man mano che la donna acquisisce il potere che l’uomo si vede scivolar via di mano, l’uomo stesso reagisce con violenza. Possa essere questo incontro seguito da altri e altri ancora, mi unisco all’augurio di Mauro Minervino e Marcello Barberio che ci possano essere studi importanti su Cecilia Faragò. C’è bisogno di esempi, oggi più che mai”.

Dopo l’incontro, ad appassionare il pubblico ci ha pensato Maria Faragò, protagonista del reading teatrale “Cecilia di Dio“, ad integrare ciò che manca a questa storia: la voce di Cecilia. 
All’interno anche una visita al Museo dell’Olio, eccellenza tutta made in Zagarise, e la mostra dei presepi realizzati dall’artista catanzarese Saverio Martelli, con la collaborazione di Gregorio Talarico, opere d’arte nate assemblando materiali di scarto ed elementi spontanei regalati dalla natura.

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