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Non si mette a tacere un ideale: Peppino Impastato vive

 Uno, due, dieci e cento passi verso un grido di liberazione dalle mafie. Il giovane che decise di restare, l’amore per la sua terra e la vocazione per il cambiamento, per il giusto senza armi. Peppino Impastato scelse la strada più ardua verso il sogno più arduo. Peppino Impastato voleva essere libero di credere in sè stesso, nei propri valori e nel proprio valore. Valori e valore che non gli furono calati in capo, per chissa quale divina volontà, col cognome che portava sulle spalle, peso ingombrante di cui volle disfarsi: da li partì la sua rivoluzione.

Perchè se c’è una cosa di cui ti priva la mafia il giorno in cui le chini il capo è l’autostima: la coscienza di essere umano e capace, l’arbitrio di decidere, il coraggio di affermare ‘io conto‘. Una battaglia innanzitutto esistenziale di uno spirito libero ma anche sociale, battaglia che abbandona l’Io per divenire battaglia per tutti Noi. Il giornale L’idea socialista, il gruppo Musica e Cultura e Radio Aut: ogni azione di Peppino era volta proprio alla diffusione di un inno continuo alla lotta per i propri diritti, accanto ai contadini e a coloro che a Cinisi e Terrasini subivano il potere mafioso.

E, infine, l’impegno elettorale. Purtroppo, infine. C’è un teorema di fondo che anima le coscienza di chi combatte le mafie, il sacro fuoco della legalità. Lo riassunse Paolo Borsellino, qualche anno più tardi: “Chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola“. Peppino ne era cosciente, ma non rinunciò a vivere. Sapeva che avrebbe vinto la sua battaglia se dal giorno del suo sacrificio ci sarebbe stata anche una sola persona al mondo, che in suo nome ed in suo ricordo, non avrebbe chinato il capo. E non avrebbe smesso di credere in sè stesso.

In quella notte di quaranta e più anni fa, il gesto vile. Notte triste, notte ancora più buia: a Roma, Aldo Moropagava con il prezzo più alto la sua irreprensibilità. La Repubblica, in quelle ore, genoflessa dinanzi alla violenza.

Di quei cento passi verso la liberazione, ne sono stati compiuti ancora troppo pochi. Tutto ciò che ci incatena parte dalla prigione più recondita del debole animo umano: la rassegnazione. Rassegnazione che non cede il passo alla speranza, rassegnazione di non poter volare verso ciò che è diverso da quello che qualcuno ci obbliga ad essere.

Il vento potrà portar via il fiore più bello, ma non gli avrà impedito di dar vita ad altri cento fiori. Così, ogni seme sparso per la libertà sarà fecondo: non di rado troverete campeggiare il viso di Peppino nelle manifestazioni contro le mafie.

Non si può mettere a tacere un ideale.

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