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Appunti per una politica dei bisogni (Parte 1 & 2)

Il Desiderio è sacro

(Post originariamente pubblicato sull’Inkiesta)

Cos’e’ la bellezza? Cos’è la politica? Di cosa abbiamo realmente bisogno? Sono domande a cui non è facile dare risposta, tanto meno nello spazio di un solo post.

Più di un ventennio fa, James Hillman riconosceva, con estrema lungimiranza, il principale male che affliggeva l’anima dell’uomo moderno: la rimozione dell’idea di bellezza, strettamente collegata all’idea di politica.

Ma quali riflessioni si possono fare sulla scorta di questa considerazione così intrigante?

Quando si deve metabolizzare qualcosa di complesso è necessario romperlo in piccoli pezzi: la complessità si semplifica scomponendola.

É proprio quello che farò con le ‘domande da un milione di dollari’ di questo post.

Partiamo dal titolo: il desiderio è sacro. Potrebbe sembrare lo lo slogan perfetto per un telefono cellulare o, ancor meglio, per una macchina supersportiva.

Ecco, macchine, cellulari… La nostra mente è diventata come assuefatta dal perenne desiderio di cose materiali. Desideriamo cose, tante ed inutili.

Al contrario, persone, relazioni, discorsi, comunità, il caro vecchio dolore, natura, salsedine, musica, cultura, amore, non sono cose. Sono bellezza. E con la mente obnubilata dal costante desiderio indotto di cose inutili, finiamo per cercare la bellezza sempre meno.

Desideriamo sempre meno la bellezza. Non la riconosciamo, non la vediamo, non siamo educati a riconoscerla, e quindi non la rispettiamo.

Il problema non è il sano egoismo della sacralità del desiderio. La questione sta nel voler colmare quelle mancanze che affliggono l’anima nel falso riparo trovato nelle cose.

L’elemento dei bisogni è fortemente legato a ciό che desideriamo. Ma sappiamo quello di cui abbiamo bisogno?

Ogni tanto mi sveglio al mattino e penso: avrei proprio bisogno di una Maserati. Altre mattine mi sveglio e penso: avrei proprio bisogno di un pony. Due bisogni irrazionali: la prima non me la posso permettere; del secondo non saprei veramente cosa farne. Nonostante ciό, appena apro gli occhi al mattino mi sembra totalmente razionale aver bisogno di una Maserati o di un pony. Non sembrano proprio delle voglie, sembrano proprio dei bisogni essenziali, come puό essere essenziale bere un buon bicchiere di vino e mangiare del cibo sano.

Non mi considero certo un esempio affidabile: ammetto che il mio cervello ed il mio cuore funzionino in un modo tutto loro – sintetizzabile nel ‘calabresissimo’ “si stranu va” (sei molto strano) – e che spesso e volentieri questa storia della sacralità del desiderio mi prenda la mano.

Se il mio caso non rappresenta la regola, guardiamo la vita di un uomo comune, chiamiamolo Massimiliano, un membro di quella che una volta era considerata la classe media.

Massimiliano lavora piú o meno 40 ore a settimana – in molti casi di piú – e si ritiene molto fortunato per avere un lavoro. Di questi tempi si sa…

Ogni giorno Massimiliano, tolte le ore di sonno, ha a disposizione 16 ore in cui “vivere”. 10/12 di queste vengono spese per fare ‘cose di lavoro’, ma lui è felice lo stesso. Di questi tempi si sa…

Il salario guadagnato da Massimiliano viene speso per comprare cose – non per soddisfare bisogni – che permettono al nostro PIL di crescere ed aiutano altri uomini comuni come lui ad avere un lavoro.

Il circolo sembra ‘virtuosissimo’: lavoriamo tanto – io direi troppo, ma di questi tempi si sa… – per comprare cose di cui non abbiamo bisogno, che aiutano altri uomini comuni a lavorare tanto (io direi troppo, ma di questi tempi si sa…). Tutto ciό porta avanti il gran baraccone della globalizzazione/massificazione che annebbia/annega le coscienze. Mi sembra che Massimiliano sia addirittura più annebbiato di me.

Cosa c’entra in tutto questo la politica? Be’ c’entra tutto.

Prendiamo l’Italia, per esempio. Adesso che siamo in seconda repubblica avanzata, direttamente protesi verso la terza repubblica, alcune cose avremmo dovute impararle.

Prima di tutto la distinzione destra versus sinistra è ormai inutile, sia dal punto di vista ideologico che da quello pratico.

L’ultimo decennio di crisi e politica europea, con differenti forme di consociativismo, ci ha insegnato come dal punto di vista programmatico non esista alcuna sostanziale differenza tra i blocchi progressisti e quelli conservatori. Inoltre le politiche con cui si governa uno Stato – quella monetarie e quella fiscale – sono ormai dirette da attori economici e politici ben più potenti dello Stato.

Dal punto di vista ideologico, nessuno vi impedisce di proporre il materialismo storico o il corporativismo come chiavi di lettura della realtá politica contemporanea. Ma come vi sentireste se il vostro medico vi proponesse di curarvi con il chinino? Il futuro non potrá che essere ideologicamente ecumenico.

Ma allora, visto che il fine ultimo della politica non è più quello di imporre una propria visione ideologicamente cieca sui cittadini, quale può essere il suo nuovo scopo? La soddisfazione dei bisogni diventerà il suo nuovo centro: una nuova politica dei bisogni. Il bisogno del politico soddisfatto da una politica dei bisogni.

Trovare un accordo di massima su quello di cui abbiamo bisogno non è cosa semplice, come hanno dimostrato secoli di teoria politica. Ci sono comunque delle tematiche, toccate in questo post, che potrebbero essere di estrema utilità per abbozzare i limiti di tali bisogni.

Se il cambiamento va, almeno in prima battuta, imposto, vi è bisogno nel medio e lungo termine di una educazione alla bellezza. Dobbiamo essere educati a riconoscere, apprezzare, tutelare ció che di bello ci circonda, oltre la folle ideologia dell’interesse economico o politico immediato. La smania di visibilità porta la politica ad occuparsi di grandi opere, spesso inutili, ed a trascurare infrastrutture essenziali come la rete idrica e fognaria, per il solo fatto che i tubi di acqua e fogna non sono visibili. Funzioniamo ormai cosí: è tutto oro quello che luccica.

Lavorare tutti per lavorare meno. La proporzione tempo libero/impegni lavorativi andrebbe invertita a favore del primo. Tutti promettono nuovi posti di lavoro, ma la felice verità è che non ci sarà abbastanza lavoro, anzi ce ne sarà sempre di meno. La soluzione è quella suggerita dalla logica: lavorare di meno. Meno ore lavorative, insieme con sistemi ‘radicali’ di ridistribuzione della ricchezza, sarebbero la chiave di volta del sistema: Massimiliano diventerebbe sicuramente più umano ed il suo lavoro una passione, piuttosto che una condanna.

L’estetica è etica

(Post originariamente pubblicato su politicadellabellezza.it)

Qualche mese fa abbiamo inagurato politicadellabellezza.it e, come sempre accade al principio di un percorso, non avevamo le idee chiare. Eravamo confusi, ma sentivamo che era necessario. Lo era per noi e per le nostre comunità: la nostra voce è necessaria; il nostro impegno è necessario; la consapevolezza di noi stessi e degli altri è necessaria.

Qualche  mese fa iniziammo da un libro che ci aveva accompagnati, o meglio inseguiti, nel nostro lungo peregrinare da anime inquiete: la politica della bellezza. Da questo libro nacque il mio primo post che parlava certo di Hillman, ma soprattutto di politica, bellezza e bisogni. Oggi ritorno con un post che è la continuazione ideale di quell’inizio: una politica dei bisogni (parte II).

È necessario innanzitutto chiarire l’idea di politica o almeno la mia idea di politica. Lo faccio per voi, ma lo faccio soprattutto per me stesso: io uso politica come sinonimo di idee. La politica deve parlare, appunto, di idee; deve avere una chiara visione del futuro; deve cercare di dare risposte innovative alle grandi sfide venture. Sono queste sfide a determinare l’ampiezza e il reale significato dei nostri bisogni.

Quando parlo di politica non mi interessa la gabbia retorica dello pareggio di bilancio o dello zero virgola; delle navi bloccate nei porti; di cosa fa il padre di Di Maio, di Renzi o della Boschi. Non mi interessa se il sindaco di Riace abbia fatto bene a violare la legge; o se Berlusconi abbia iniziato, seguendo un protocollo ben collaudato, la sua campagna acquisti. Non mi interessano le lacrime da coccodrillo di Juncker sulla tragedia greca.

Questo non è Politica. Si tratta di amministrazione, nel migliore dei casi, o, più spesso, di gossip e cronache giudiziarie. Tutto quello che volete, ma, per pietà, non usate il termine politica.

Per come la intendo io – o meglio per come la intende politicadellabellezza.it – la politica parla di futuro, di idee, di estetica, di bisogni. Il mondo come lo abbiamo conosciuto sta cambiando ed è sempre più pressante la necessità di offrire delle soluzioni politiche innovative, che certamente non si possono basare su strutture ideologiche del secolo scorso.

Sono quattro i grossi interrogativi a cui bisogna dare risposta nel prossimo futuro e che, come sempre avviene, sono strettamente legati tra di loro.

  • Ambiente

Siamo ufficialmente entrati in un nuova era geologica, quella dell’Antropocene. Gli addetti i lavori discutono ormai da qualche decennio di come l’uomo abbia irrimediabilmente alterato gli ecosistemi terrestri. Questo significa non solo che il nostro pianeta stia diventando sempre meno resiliente, ovvero stia perdendo non solo la capacità di rigenerare i sistemi ecologici fondamentali per la vita, ma anche che la stabilità climatica di cui abbiamo goduto negli ultimi 11700 anni vada a farsi benedire. Di cosa abbiamo bisogno? Di cambiamenti rapidi e radicali del nostro stile di vita. La scienza sa cosa dobbiamo fare, la tecnologia è lì per aiutarci, il problema è politico.

Il principale colpevole: la sovranità statale.

  • Migrazioni

Si tratta di un tema altamente politicizzato in cui non si riesce a sfuggire dalla stupida dicotomia muri/porti chiusi versus terzomondismo pro migratorio fuori tempo massimo.

Chi dice che l’immigrazione non sia percepita come un problema – che `cosa diversa dal dire l’immigrazione è un problema – dovrebbe mettere da parte i dolcevita in cachemire,  vini biodinamici e veganesimo d’assalto e, magari, fare un giro per le borgate delle nostre città.

Chi crede invece di fermare i flussi migratori costruendo muri, o adottando misure simili, dovrebbe ricordare, prima di tutto, cosa significhi essere umani (Torre Melissa docet); e, inoltre, l’insegnamento del testo di una vecchia canzone: “come può uno scoglio arginare il mare”. Nessun muro può fermare chi scappa da guerre e tragedie umanitarie che noi occidentali abbiamo spesso contribuito a creare.

Il principale colpevole: l’Europa.

  • Economia

Amici miei lo dico forte e chiaro lavorare non è solo stancante, ma è anche inutile. Noi crediamo con il nostro lavoro di creare valore economico e di contribuire alla crescita di quel bel numerino chiamato PIL. Stolti che siamo!

A produrre valore non è più il lavoro, ma il capitale. Il lavoro ha dimenticato come produrre valore, mentre il capitale lo ha imparato benissimo.

Una politica seria si impegna a ridistribuire il capitale piuttosto che inseguire una crescita del PIL che, a livello di qualità della vita, non significa un bel niente. Una civiltà che misura il benessere in quantità di beni prodotti merita l’estinzione. Ringraziando iddio ci siamo vicini.

Il principale colpevole: chi non vuole il reddito di cittadinanza. Come ricordava Marco Guzzi qualche giorno fa: “ho l’impressione che le difficoltà sorgano perché stavolta i soldi vengono dati ai poveracci”. A pensar male si fa peccato ma, spesso, ci si azzecca.

  • Educazione

Da quanto fin qui detto, il sistema educativo dovrebbe essere rimodulato verso obiettivi che esulino dal mero apprendimento di nozioni.  Soprattutto ai bambini, quasi prima che a leggere e far di conto, bisognerebbe insegnare due cose: il bello e l’empatia.

Bisognerebbe insegnare che “kalos kai agathos” – il bello è anche buono – che un’estetica senza etica non è concepibile. Si tratta, piuttosto, di due facce della stessa medaglia. Attraverso l’estetica si prende coscienza del nostro legame armonico con l’ambiente umano, naturale e sociale che ci circonda; mentre l’etica ci permette di agire per il miglioramento di tale ambiente.

Bisognerebbe insegnare, parafrasando Hillman, la bellezza come pratica.

Il principale colpevole: i selfie ed i messaggi vocali.

Author: DOMENICO GIANNINO

Spirito europeo nato in Calabria su quel pezzo di mare tra Isola Capo Rizzuto e punta Stilo. Sono dottore di ricerca in diritto pubblico comparato presso l’Università della Calabria. Vivo a Londra dove – oltre and insegnare diritto in diverse università – sono ricercatore presso l’Institute of Latin-American Studies. Da diversi anni collaboro attivamente con vari blog in Italia e nel Regno Unito, scrivendo di politica, diritti umani, beni comuni e tutela dell’ambiente.

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