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La Corte di Starsburgo e l’ergastolo ostativo

Risale a pochi giorni fa la notizia che la Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso dell’Italia sull’ergastolo ostativo e ha ordinato che venga riformata la Legge che impedisce al condannato di usufruire di benefici sulla pena se non collabora con la giustizia. L’Italia aveva fatto ricorso contro una sentenza di condanna del 13 giugno che ora diventa definitiva.

L’ergastolo ostativo – introdotto dopo le stragi di Capaci e di via d’Amelio, in un momento storico cioè in cui si ritenne necessario rafforzare ulteriormente la lotta alla criminalità organizzata – era stato censurato per la prima volta nel giugno scorso dalla Corte europea di Strasburgo, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta “trattamenti inumani e degradanti”: il caso in esame riguardava Marcello Viola, condannato all’ergastolo per associazione a delinquere di stampo mafioso, sequestro di persona, omicidio e possesso illegale di armi.

L’ergastolo ostativo, ‘bocciato’ oggi dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, è regolato dall’articolo 4 bis dell’ordinamento penitenziario, modificato dalla legge 356 del ’92. Prevede che le persone condannate per alcuni reati di particolare gravità e allarme sociale come mafia o terrorismo non possano accedere ai cosiddetti “benefici penitenziari” né alle misure alternative alla detenzione: niente liberazione condizionale, niente lavoro all’esterno, niente permessi-premio e semilibertà.

Nel nostro Paese la pena massima che può essere inflitta è il carcere per sempre, il cosiddetto “fine pena mai”, con una unica eccezione, regolata anch’essa dall’ordinamento penitenziario (articolo 58 ter): la collaborazione con la giustizia da parte di chi, “anche dopo la condanna”, si adopera “per evitare che l’attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori” ovvero aiuta “concretamente l’autorità di polizia o l’autorità giudiziaria nella raccolta di elementi decisivi per la ricostruzione dei fatti e per l’individuazione o la cattura degli autori dei reati”.

All’origine del caso che ha portato all’emissione della sentenza su cui si discute vi è un ricorso (n. 77633/17) proposto contro la Repubblica italiana da Marcello Viola il quale, il 12 dicembre 2016, ha adito la Corte, ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Uscito dal 41-bis, il cosiddetto regime del “carcere duro”, Marcello Viola aveva, infatti, chiesto un permesso premio e la possibilità di accedere alla liberazione condizionale, ma le sue domande erano sempre state rifiutate, proprio sulla base dell’articolo 4-bis, non avendo egli mai collaborato. Contro la sentenza della Corte europea, il governo italiano ha presentato ricorso alla Grande Chambre, sottolineando come la mafia rappresenti la principale minaccia alla sicurezza italiana, europea e internazionale e ricordando che l’ergastolo ostativo è stato più volte dichiarato conforme ai principi costituzionali dalla nostra Consulta. Per quest’ultima, infatti, “subordinando l’ammissione alla liberazione condizionale alla collaborazione con la giustizia, che è rimessa alla scelta del condannato, (la disciplina) non preclude in modo assoluto e definitivo l’accesso al beneficio, e non si pone, quindi, in contrasto con il principio rieducativo enunciato dall’articolo 27, terzo comma, della Costituzione”.

In riferimento alla decisione della Corte di Strasburgo, da poliziotta italiana e calabrese in particolare, mi sento di condividere appieno quanto affermato dal Procuratore di Catanzaro, Magistrato antimafia fra i più noti e incisivi, secondo il quale con detta sentenza si cancellano 150 anni di legislazione antimafia.

Lungi dal voler presuntuosamente esprimere giudizi su una sentenza tanto complessa, ritengo di poter affermare, però, che, probabilmente, in Europa ancora non si è ben compreso quanto pericoloso e devastante sia il fenomeno mafioso. Infatti, nonostante le continue richieste di uniformare le diverse legislazioni penali tenendo in debita considerazione l’esperienza italiana, sentenze di questo tipo fanno capire quanto in Europa le “nostre mafie”, che pure sono ormai presenti in molti Paesi europei e lì svolgono numerose attività criminali, non siano ancora avvertite come un serio pericolo.   

Risulta probabilmente poco comprensibile a livello europeo che un capo mafia è tale per tutta la vita; che, così come ammoniva Giovanni Falcone, la mafia è un habitus mentale e che “un mafioso resta mafioso fin quando non muore o non decide di collaborare”. E proprio alcuni istituti giuridici, primo fra tutti l’ergastolo ostativo, sono indispensabili per portare i mafiosi alla collaborazione.  

Credo, infine, che su un piano squisitamente giuridico, sarebbe opportuno anche una riflessione sulle competenze.  A chi spetta, in particolare, il bilanciamento tra i diritti del singolo (detenuto) e la sicurezza collettiva e, quindi, la lotta al crimine organizzato? La competenza, pertanto, deve essere imputata agli organismi sovranazionali o alla legislazione del singolo Stato?     

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