Site Overlay

La rivoluzione sospesa

Esistono i giorni della fuga e quelli in cui restare è un dovere. C’è gente che non può restare ed altri che, quando scelgono di farlo, non hanno possibilità di scappar senza tradire. Come chi si immola per una causa. La propria, o quella degli altri. È indifferente. Non è neppure differente dalle patrie voglie dei nordici d’Europa, l’aspettativa, di un numero sempre più consistente di calabresi, di poter giocare un ruolo nel decidere le sorti del proprio destino. InCalabria nasceva per questo, per dire che qualcuno è ripartito da noi, ha preso slancio dai territori. S’è fatto interprete delle idee che si rendono vive.

È così fuori tempo ogni schema che porti lontano, al di là del Pollino, i centri di decisione sulle vite di già sudditi mai cittadini, ma oggi sicuramente più capaci di ieri a mettere in panchina giocatori sopravvalutati, e sempre più capaci di discernere in casa propria il bene dal male, la fuffa dalla concretezza. Basterebbe leggere i giornali per decifrare, nei numeri roboanti del nuovo trionfatore sul vecchio, che, alla forza conservatrice esercitata dall’alto verso il basso, corrisponde una forza contraria e non più né minore né uguale, capace sempre più spesso di respingere le velleità dei pochi, di quelli dei colpi di coda nei centri del potere romano.

Ci abbiamo messo un secolo e mezzo, per capire che rendere grazie ad un conquistatore non porta ricchezza e, semmai, regalie sparse, contributi a pioggia, di una pioggia ben indirizzata, e qualche concessione. Ci stiamo mettendo anche di più, forse, per metabolizzare un concetto di ancor più estrema semplicità: ognuno riparta da sé stesso come individuo, senza delegare la sua crescita ad un’entità superiore, sociale o umana che sia. Qui si va oltre il normale concetto di autonomia delle comunità, che più spesso sono reminiscenze di educandati e contee. Lo so, non è più naturale, per quelli abituati ad esser sempre gli ultimi e solo una “questione”, proporsi come soluzione, se hanno ben forgiato il nostro pensiero nella consapevolezza di essere il problema.

Eppure… qualcosa si è mosso. Forte abbastanza, per non passar indifferente? Ce lo dirà il tempo, ma la certezza è che, sempre più spesso, qualcuno cade, e fa rumore, dalla comoda poltrona di pelle umana che s’è costruito con la teoria del servilismo panacea di tutti mali.

Certo, l’impressione di subire il ruolo di semplice pedina, su uno scacchiere ben più grande delle nostre già misere ambizioni di sufficienza, è quella che salta più facilmente agli occhi. Inefficaci come sono a convincerci di una realtà diversa, quei tanto più insignificanti tanto più sponsorizzati atti di ribellione, di così bassa portata e che, agli affamati, placa gli appetiti sol per qualche ora ma non sopisce mai definitivamente la fame. Ed, ad un certo punto, non basterà più nessun resoconto, né lungo e men che meno retorico, delle parole spese ed urlate, ma gli stessi chiederanno ancora cibo, con più forza. Ed ancora qualche amico, o cantastorie, in meno di cui ricordar il cognome.

Se certe regole son tabù a tempo, in attesa del nuovo furbo e forte che riesca a derogarle, a nessuno però è permesso più di derogare agli sforzi di memoria che chiunque prometta ai calabresi deve esercitarsi a fare, quando sceglie in nome loro.

E, se non stessimo parlando di strazi e stenti che un calabrese è costretto a sopportare, quasi verrebbe da ridere, dinanzi alla banalità di certi giochi dalla logica win-win dove, a perdere, è sol chi sperava e fugge. La fiducia è una cosa troppo seria, per regalarla a chi manca del coraggio di onorarla. E non c’è rivoluzione sospesa che tenga, per chi non può più aspettare.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *