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Il potere fra verità e sopravvivenza

L’eterna tensione fra il Bene ed il Male, nella dialettica mai scevra di argomentazioni nuove, in un gioco che, già molto prima di oggi, i nostri nonni riassunsero volgarmente con il “meglio una bugia che una mezza verità”. È sul quanto sia meglio che tenta di discutere questo post, senza soluzione in realtà, per il coacervo di opinioni che il tema può richiamare e per il valore che, inevitabilmente, entra in gioco: il potere e le sue storie, i suoi  retroscena, gli obiettivi, più o meno palesi ma tutti degni di rilevanza e considerazione nella discussione.

Non ho scomodato alcun filosofo piuttosto che sociologi e politologi. Gli spunti per la riflessione, stavolta, li ho colti da tal Andreotti Giulio, già rimasto negli aforismari per l’assunto che “il potere logora chi non ce l’ha”. Mai banale, lui. Mai sconfitto da vizi minori, il suo unico peccato fu il potere. Di cui, compiacendosi della (demo)cristiana investitura, ha dato sfoggio nei meandri dei salotti Bene, così come nelle stanze di presunti baci temerari. Tradotto, della giovane storia dell’Italia Repubblicana, il Divo ne ha scritta gran parte.

Riguardo spesso un monologo, in cui Andreotti è personificato da Toni Servillo ne Il Divo di Sorrentino: val più di cento lezioni sulla Prima Repubblica. Un dipinto sulla complessità crudele di questo Paese.

E non è frivolo esercizio di stile parlare, commentare, scrivere, in questi giorni in cui ricorrente è il tema della trattativa politica, cosa significhi potere. Cosa significhi in questo Paese, che non sembra essersi destato, ancora del tutto, dal sonno dello stragismo “per destabilizzare il Paese, provocare terrore per isolare le parti politiche estreme e rafforzare i partiti di centro”. Non si ignori che le tensioni intorno alle trattative di oggi, al cospetto di altre trattative tema di discussione ancora attuale pur a distanza di anni, indicano un navigare nelle stesse acque: paura indotta. Le stragi come lo spread, con una forzatura estrema ma non incoerente.

Cambiamento e potere sono antitetici. Il secondo si autorigenera, il primo lo distrugge. 

Eppure, possibile che nulla questo Paese abbia imparato dalle trattative sulle quali la giustizia e la storia si sono espresse, nell’indifferenza dei potenti? Non sia indifferenza l’atteggiamento di chi subisce, perché in essa il potere degenera: è nel continuo incalzarsi sulle logiche del potere, le sue ragioni e l’eterno conflitto tra il “Bene ad ogni costo” ed il  “Male necessario”, che può, deve trovarsi risposta su una questione che non può più rimanerne senza. Perché, per cosa, per quale sacrosanto motivo può permettersi, il ceto potentato di non impedire l’esecuzione di una condanna a morte per uno dei suoi figli più leali, pur di non condannare la Costituzione dello Stato e le sue leggi. La linea della fermezza. E, per quale sacrosanto motivo, in nome di chi e di cosa, quello stesso ceto si rifiuta di esercitare lo stesso potere, la stessa fermezza, per impedire, invece, che lo Stato tratti con chi l’ha posto sotto scacco. La trattativa Stato-Mafia.  Per chi ed in nome di cosa. “Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità, tutte bombe pronte ad esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale”. Servillo recita con una passione assurda. Il suo Andreotti ha trovato una risposta. La sopravvivenza come unico fine e la ricerca della verità come ostacolo ad essa. Non si consenta la fine del mondo per una cosa giusta. Si taccia sul male, ciò che ci è concesso sia abbastanza per noi, e ci si volti ove non basti. “Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il Male per avere il Bene! Questo Dio lo sa. E lo so anch’io”. È la sintesi del potere, come fino ad oggi è stato concepito. Chi ha piena coscienza del coraggio necessario per ribaltare il tavolo in questa società, si faccia avanti. Ma faccia i conti con le conseguenze della verità.

Appare evidente, che avere speso sul tema molti scritti e molte battaglie, molte vite, non è servito a creare consapevolezza alcuna nelle donne e negli uomini di potere. È tutta lì, la sopravvivenza rimasta come scoglio insormontabile fra ciò che distingue la teorica purezza del servizio dal meschino ed impuro esercizio del potere. E non saremo Stato, noi, fin quando questa coincidenza non sarà smentita. La scelta è un obbligo: per non parlare più di eroi, di cui in questo Paese restano solo le effigi. Scegliere il Bene, la verità, la giustizia. Le gesta che rimangono son quelle di chi concentra nelle sue mani il potere. E fin quando saranno le mani di chi ha la concezione che esercitare politica debba significare sacrificare il giusto al necessario, questo Paese non sarà altro che consegnato alla morte.

Serve coraggio per esser giusti. Così come serve coraggio per vivere.

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