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L’utopia di un’alleanza

Del gioco di veti incrociati a cui assistiamo, ormai da due mesi, non ci resteranno solo che i nomi degli attori protagonisti. Né uno straccio di proposta, ancor meno che una parvenza di responsabilità. Si travisano volutamente le logiche di base della materia dei sistemi elettorali, al punto di paventare una capacità degli elettori di mandare qualcuno all’opposizione, cosa inconcepibile in un sistema proporzionale puro, dove ci si allea. Punto.

Un’assurda vocazione maggioritaria invocata da più parti, incoerente già con la strada proporzionale ricercata dal Rosatellum, ma ancor prima con il quadro frastagliato delle opinioni degli italiani. Il riflesso sociologico di leader politici forti, altrove definibili capi o aspiranti duce a cui manca già la statura, tali da imporre direzioni non partecipate ai propri movimenti, non può essere che divisione nel Paese, anche ove vi siano buoni risultati da scelte comunque mai condivise dell’esecutivo con gli interlocutori. E vent’anni e poco più di altissima individualizzazione della politica, non potevano che fondarsi su un culto della paura, della guerra al nemico, ora Berlusconi ora un fantomatico comunismo, che si risolvevano solo in uomini forti e della provvidenza. Inutile ricordare i risultati di tale deriva, evidenti nei numeri delle ultime consultazioni che chiaramente denotano, oltre che uno smembramento delle comunità politiche tradizionali, ferite sotto i colpi di capi ed utili idioti connessi, la vittoria di compagini, sebbene nuove o ben riciclate, ancora non guarite dalla sindrome lideristica. In virtù di ciò, un orizzonte ancora cupo è quello che si prospetta? Difficile prevederlo, ma non è detto: più che una crisi di ricerca del governo, appare evidente una crisi di sistema e dei modus operandi recenti, dalla quale potrebbe emergere, e sarebbe auspicabile, una rinnovata centralità della comunità, quantomeno di quella il cui compito è la rappresentanza, vale a dire il Parlamento. Solo in quella sede, non nelle stanze di ambiziosi capi senza poltrona, potrebbe darsi un senso a questa legislatura, altrimenti nata in fin di vita e destinata a precoce morte. Presupposto chiave sarebbe l’indipendenza dei gruppi parlamentari dal capo, la cui ambizione verrebbe trascurata a dispetto di maggior cura alle esigenze sociali. Attenzione: non sarebbe un’eresia pensare al dialogo all’interno dell’emiciclo, non lo sarebbe neppure per le forze “di pancia” ed antisistema. L’esperienza di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, nel compromesso storico, insegna. Certo, si potrebbe obiettare facilmente ed a ragion veduta, come  palesemente manchi nei protagonisti odierni l’autorevolezza, indiscussa ed indiscutibile, dei prima citati. E si torna sempre al liderismo sfrenato, fatto di presunta indispensabilità del capo e sostituibilità degli utili idioti in Parlamento, anche se ben pagati ma pur sempre utili idioti. Ed allora, se capace, il Parlamento spezzi le catene che lo attenaglia, da quasi tre decenni, all’angolo della scena e lontano dai nuclei decisionali. Trovi la forza di riprendersi la centralità di cui gode in virtù di una chiarissima carta costituzionale. Ritorni ad essere il centro della vita politica, luogo di incontro delle istanze e del superamento delle distanze. Se manca l’unità politica, si riscopra l’unita nella Costituzione, l’unità nei valori che essa esprime. È l’unica cura. Perché, e qui prendo in prestito le parole del costituzionalista Luigi Ventura, nell’escursus teorico sul valore della sovranità che ci regala in, appunto, “Sovranità”, “Se non sono condivisi i valori, non c’è condivisione delle garanzie formali e delle stesse.norme organizzative del potere, non si ha lo stesso concetto di democrazia, non c’è l’idem sentire de republica”.

E coloro che hanno da difendere la dignità del ruolo di parlamentare della Repubblica, non si facciano intimorire da sfuriate sui blog, comparsate televisive o pilotati dossier mediatici. Non dimentichino l’unico vincolo, quello con la cittadinanza, la quale ha già dimostrato la capacità di non rieleggere in tanti, tantissimi, due mesi fa.

L’ambizione di esser leader di chi coltiva solo l’arroganza dei capi nuoce ancor prima ai cittadini, ma anche ai partiti.

Badate, onorevoli e senatori, ‘che un moto d’orgoglio potrebbe salvar la legislatura, ma non solo. Potrebbe salvar voi stessi e la vostra carriera. E gli Italiani. Una dimostrazione del bello della politica, ove ancora tale bellezza esistesse.

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