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Attilio Manca. Una Storia di Ombre

Buonasera dottor Manca, grazie per questa chiacchierata. Grazie ai ragazzi della Prima o Poi, per averci messo in contatto. Grazie, soprattutto, perché anche noi possiamo, con il nostro piccolo contributo, aiutare a far luce su una questione che tutti noi sentiamo particolarmente, perché la storia, ahimè triste, di un giovane ragazzo meridionale. Ancora grazie a lei, dottor Manca, perché a portare questa testimonianza è proprio lei, fratello di Attilio. Una testimonianza di impegno, di esempio per noi ragazzi.

La prima domanda che vorrei farla è quella relativa alla scena del crimine, come si dice in gergo tecnico. Attilio viene trovato con il vostro sfregiato, il setto nasale deviato e con ecchimosi sul corpo. Sulla scena del crimine, presenti due siringhe ma, su di esse, nessuna impronta digitale. Attilio è un mancino opera, è un giovane urologo ed opera usando le attrezzature mediche con la mano sinistra. Eppure, le dosi considerate fatali sarebbero state iniettate proprio sul braccio sinistro. Per gli inquirenti, nonostante ciò, Attilio si è suicidato. Nonostante 28 ore di vuoto nella ricostruzione dei fatti, ed una chiamata, una chiamata che sua madre definisce un allarme, Attilio era in pericolo. Lei che è un tecnico, che è uomo di giustizia, può dirci se era davvero così difficile ipotizzare, per gli inquirenti, l’essere in presenza di un omicidio o, vista la sua esperienza, fin dalle prima battute v’è stata quantomeno leggerezza?

Io credo che fin dall’inizio poteva essere compresa la dinamica e ricondurre la morte di Attilio ad un omicidio. Ed addirittura ad un omicidio di stampo mafioso. Gli elementi c’erano tutti, all’interno dell’abitazione e, per quanto riguarda la morte di Attilio, non difficile sarebbe stato avere diversa valutazione rispetto a quella di un suicidio. C’erano siringhe, che non sarebbero state utilizzate né dalla vittima e né da terze persone, perché sono state trovate prive di impronte su di esse: appare evidentemente inverosimile. Poi si è osserva anche la situazione di un Attilio mancino puro, in quanto operava anche la sinistra e questo lo confermano le testimonianze dei suoi colleghi medici e paramedici, dicendo che non utilizzava mai la mano destra per operare e non faceva nemmeno neanche le siringhe ai pazienti con la destra: quindi non aveva nessuna praticità all’utilizzo della mano destra. Eppure, non soltanto si sarebbe iniettato con la mano sbagliata, ma riesce anche, con destrezza, a mettere il tappo salva aghi ed il copri stantuffo su entrambe le due siringhe. Prima di morire, come diceva lei, si dà pugni su varie parti del corpo, si provoca echimosi, si devia il setto nasale. Il caso è chiuso. Attilio è morto ed è morto suicida. Ecco, già dalla prima stesura di come viene trovato cadavere Attilio, si intuisce, e senza bisogno di essere un tecnico del diritto, che c’è qualcosa che non va. Anche perché è stato trovato, proprio adiacente al letto della stanza dove è stato trovato Attilio senza vita, un peso come quello che noi ragazzi utilizziamo per fare la cosiddetta “palestra domestica”, che era rotto, e con una lista di legno del pavimento della stessa camera addirittura divelta: tutta la polverina, la sabbia che c’era all’interno di questo peso era disseminata in tutta la stanza. Dico, non ci vuol tanto per comprendere che è successa una colluttazione. Questa è la scena, appunto, in cui viene trovato Attilio cadavere. Sono state dette tantissime cose che non sto qui a dirvi e che, nel tempo, si sono ritenute false. In primis, ci fu detto che Attilio si deviò il setto nasale perché, cadendo sul letto matrimoniale, c’era il telecomando del televisore e nell’impatto con questo telecomando se lo deviò. In realtà, poi, il telecomando fu trovato sull’avambraccio sinistro.

Decisamente tutto irrealistico. Inoltre, abbiamo potuto apprendere dalle testate che un’altra questione, su cui poi molto spesso si è dibattuto, è il fatto che, all’interno della casa in cui Attilio è stato trovato esanime, mancassero appunto delle impronte digitali, come se quella casa fosse una casa non vissuta e disabitata. L’unica impronta digitale che si rileva viene trovata in bagno. Ed era riconducibile ad Ugo Manca, su cugino che si legge, su importanti testate come il Fatto Quotidiano, essere un soggetto vicino agli ambienti mafiosi di Barcellona Pozzo di Gotto. Io vorrei farle una domanda molto personale, però credo che vien naturale di fronte ad una tale “coincidenza”: le è mai capitato, dopo ciò che è successo, di incrociare gli occhi di suo cugino o di scambiare delle parole in merito, con lui?

No. Diciamo che le uniche parole che siamo riusciti noi a scambiarci, son state per il funerale di mio fratello. Era esattamente il giorno di San Valentino, il 14 febbraio del 2014. Immagini la casa di un giovane ragazzo, di un piccolo paese, quanto doveva essere tristemente piena. Mi ricordo che, mio cugino, disse che non dovevo dire ai genitori che Attilio fosse morto per overdose. A quanto pare, lui l’aveva saputo prima anche della stessa famiglia: non sappiamo come, né il perché. Sosteneva a tutti i costi che non dovevamo diffondere la morte di Attilio come morte per droga, per overdose. Ma, la cosa strana è che, nel momento stesso in cui lui mi riferiva questo, ed immagini questa casa gremita, furono diffusi, dalla mamma di Ugo e proprio neanche dieci minuti dopo, i giornali di Viterbo, da dove si evinceva che Attilio fosse morto per overdose. Al ché, io, chiamo Ugo dicendogli: “Scusami, non eri stato tu a dirmi che non dovevamo diffondere la notizia? E come mai, adesso, è tua madre che ha messo in giro questo giornale? Anzi, queste copie di giornale, in più punti dell’abitazione?”. Lui non mi disse nulla. Ricordo soltanto che mi girò le spalle e se ne andò. Nient’altro. Ci siamo rivestiti altre volte, ma a distanza. A debita distanza. Purtroppo abitiamo vicini, siamo attigui. Sono due case una vicina all’altra. Per me, però, tutte le volte che ci incontriamo, è come se ci fosse uno schermo, come se non lo vedessi.

Per quanto riguarda tutte quelle che sono state, poi, col tempo ed anche dai giornali, indicate come delle quantomeno mancanze nelle indagini, esse sono state bollate, ad un certo punto del procedimento dalla Procura di Viterbo, come delle mere congetture. Chiare sono state le vostre ricostruzioni, lette anche a mezzo stampa nell’esposizione puntuale tenuta dall’ex pm Antonio Ingroia, parte attiva anche lui in procedimenti importanti nella lotta alla mafia, come la Trattativa Stato-Mafia. Queste piste, che sono state più volte ipotizzate dai legali della famiglia, sono state quindi catalogate come piste prive di riscontro e ricostruzione non provate: evidentemente solo strane coincidenze temporali, come i viaggi a Marsiglia, in uno stesso periodo, di Attilio e Bernardo Provenzano. Ecco la probabile chiave di volta di tutta una triste storia: all’intervento del latitante boss corleonese, Attilio avrebbe presidiato. Con tutte le conseguenze che, allora, da ciò potevano discernere: Attilio avrebbe, in evidenza, appreso le sembianze, le generalità utilizzate dal boss siciliano, mettendo a rischio la tenuta della sua latitanza. Ora, mi chiedo e le chiedo: vista la specchiata ed onorabile personalità di Attilio, che si evince anche da quelle che sono state le testimonianze date da chi viveva Attilio quotidianamente e ne conosceva il carattere, possibile che non siano bastate le dichiarazione di sei pentiti per smuovere le valutazioni della Procura di Viterbo? Non trova incoerente che l’importanza che si riconosce oggi, all’interno del nostro ordinamento processuale votato al più duro contrasto alle mafie, ai collaboratori di giustizia stavolta non sia stata quasi tenuta in considerazione? E che, al cospetto di queste dichiarazioni dei collaboranti, addirittura a Viterbo non si sia andati oltre una archiviazione? Rivolgo questa domanda a Gianluca Manca tecnico del diritto.

Le dico solo una cosa, parafrasando la frase di Pierpaolo Pasolini “io so. Io so i cognomi, io so i nomi, so anche le circostanze, ma non ho le prove”: noi andiamo oltre, perché sappiamo i nomi, sappiamo i cognomi ed abbiamo non indizi ma addirittura prove provate. Purtroppo, non ci viene riconosciuta una morte per mafia, perché Attilio è una vittima di mafia, ed addirittura non ci viene neanche concessa l’apertura di un dibattimento, di un giudizio. Noi, ad oggi, non abbiamo un giudizio. Dal 2004, ad oggi, sono quasi venti anni. Diciassette anni.

Tant’è che sua madre definisce il processo di Viterbo il “Suicidio morale della giustizia”.

Ed è così. Guardi, ci sono tantissime prove. Lasciamo stare come viene trovata la scena del crimine. Andiamo oltre: ci sono dieci dichiarazione di pentiti. È l’unico caso in Italia dove ci sono dieci pentiti che dichiarano come Attilio sia stato ucciso proprio a causa dell’intervento di Bernardo Provenzano a Marsiglia, e poi per aver curato i postumi operatori in Italia, e nonostante tutto c’è questa sorta di catenaccio messo intorno alla vicenda giuridica di Attilio.

Un inciso: questo Paese ha conosciuto interi processi costruiti sulle dichiarazioni di pentiti. Dieci, qui, non bastano.

Appunto. L’unica cosa che mi viene in mente è che, probabilmente, l’entourage che ha portato mio fratello a Bernardo Provenzano, certamente non è fatto da persone che operano del campo della comunicazione, ma che sono personaggi che rivestono divise ed uniforme delle forze dell’ordine, o della magistratura, se non anche della stessa politica. Personaggi che ancora oggi, ahimè e purtroppo, ancora occupano in modo indecoroso determinate poltrone. Questo fa la differenza: è chiaro che se queste persone, le stesse che hanno decretato la morte di Attilio, sono ancora tutte vive ed occupano posti di potere e di prestigio, nessun interesse potrà esserci affinché la vicenda di Attilio possa emergere. Rientriamo nella vera e propria Trattativa Stato-Mafia. Questa è una trattativa. Bisognava coprire la latitanza di Bernardo Provenzano e, addirittura, il suo aver potuto lasciare lo Stato italiano per farsi operare in un altro Stato. In Francia, a Marsiglia, per poi ritornare indisturbato. Questi personaggi hanno fatto la differenza.

Che questo Paese abbia vissuto stretto da una Trattativa Stato-Mafia è oggi una certezza. È bene anche combattere l’incredulità, smentire i negazionismi di certa stampa circa la possibilità di aver avuto, in un Paese che si definisce civile, una Trattativa Stato-Mafia: non siamo più di fronte congettura, non è più una ricostruzione di parte, non è più una tesi complottistica. Oggi, noi, abbiamo delle verità processuali. Delle verità processuali raccontate da sentenze passate in giudicato, che ci raccontano che sì, una Trattativa Stato-Mafia è esistita e che, quella trattativa, è stata condotta, alimentata dagli esponenti di una cosca ai cui vertici c’era anche Bernardo Provenzano. Io le faccio ora un’altra domanda, riallacciandomi alla sua affermazione circa uomini dello Stato che non avrebbero fatto tutto ciò avrebbero potuto e dovuto fare per aiutare la famiglia a rendere giustizia e dignitosamente permettere un giusto processo. Voglio dirle cosa pensa, quindi, di un altro episodio: si racconta di interessamenti “altissimi” sulla questione di Attilio Manca, interessamenti importanti come una richiesta di informazioni arrivata dall’Ufficio di gabinetto del Presidente della Repubblica emerito Giorgio Napolitano. Che idea si è fatto di questo episodio?

Questo episodio, secondo me, pone un altro interrogativo e dubbio. È stato scoperto, all’interno del fascicolo della Procura della Repubblica di Viterbo, una richiesta da parte dell’Ufficio di Gabinetto dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con cui si chiedeva alla Procura della Repubblica di avere delle delucidazioni sulla vicenda di Attilio e lo stato in cui si trovavano le indagini. Ed allora, se Attilio doveva essere un piccolo drogato di provincia, qual è l’interesse dell’Ufficio di Gabinetto dell’allora Presidente della Repubblica Napolitano? L’interrogativo è questo. Lo lascio a voi, lo lascio ai posteri.

Speriamo che si possa dare anche a questo quesito, un giorno, una convincente risposta. Sempre per quanto riguarda quello che è il procedimento, e per quello che ci siamo detti finora potrebbe sembrare questa una domanda retorica. Però, a contrario, esiste un risvolto processuale che assume le forme di un nuovo punto d’inizio, capace di tenere in vita anche la speranza della sua famiglia: recentemente è arrivata l’assoluzione di Monica Mileti dall’accusa di spaccio di eroina. Per molto tempo si è pensato alla Mileti come la persona che avrebbe ceduto ad Attilio le dosi che, per diciassette anni di errori di valutazione, sarebbero state le dosi fatali per Attilio. Qualcosa si è mosso. Un briciolo di verità inizia a comparire. La mia domanda potrebbe apparire retorica, ma non lo è: la vostra battaglia non si è conclusa, i vostri legali hanno nuovamente presentato un esposto alla Procura di Viterbo. Da questa assoluzione possono riaprirsi le indagini, secondo lei?

Dovrebbero. Noi abbiamo presentato, insieme al nostro legale, l’avvocato Repici, un esposto presso la Procura Generale di Roma. Siamo ancora in attesa. Questo dovrebbe anche smuovere le coscienze, non soltanto della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma, ma addirittura anche della Commissione Parlamentare Antimafia, perché sono tutti elementi che potrebbero aprire dei nuovi risvolti e dei nuovi scenari. Perché è chiaro che, se questa ragazza, come abbiamo sempre sostenuto non c’entri nulla nella vicenda di Attilio, come c’è finita? Ed, addirittura, c’è quella dichiarazione, talmente forte e dirompente, dell’avvocato, che risulta essere stato contattato dalla Procura affinché la Mileti dichiarasse qualcosa che non ha fatto. Sono delle cose abbastanza gravi, che dovrebbero interessare una giustizia sana, dare tutela a chi chiede giustizia: non a chi vuole vendetta, ma a chi recrimina giustizia.

Ora vorrei un po’ contestualizzare la storia di Attilio. Barcellona Pozzo di Gotto ci ricorda un po’ quella che è la nostra Catanzaro: di questi giorni, è la “scoperta” di ciò che era una cosa che poi tutti sapevamo, vale a dire che, nel nostro tessuto sociale catanzarese, è forte la capacità di inflitrarsi anche della massoneria deviata nel tessuto economico e nella struttura sociale. Ciò è quasi divenuta normalità nel nostro modo di vivere, nel nostro modo di essere e di giustificare certe oppressioni che fanno dei diritti, favori. Una mentalità ben radicata, oltre il concetto di mentalità mafiosa. Barcellona Pozzo di Gotto, dai racconti, ci appare molto simile. Una mentalità a cui ci abituiamo fin da piccoli. Ora, noi sappiamo del suo attivismo, dottor Manca. Sappiamo delle sue battaglie. Sappiamo quanto lei, la sua famiglia, si stia spendendo per riportare un briciolo di verità in questa storia. Immagino che lei incontri molte persone, ma ho una domanda che è più che altro una curiosità: è difficile, per lei, da siciliano impegnato, riuscire ad entrare all’interno di scuole, nei luoghi ove più facilmente si riesce a parlare ai giovani di legalità?

Io credo che sia molto più facile entrare a parlare negli istituti, che a parlare invece nella aule di giustizia, almeno per il momento. Parto da un presupposto: l’animo umano può essere fatto o da persone cattive o da persone buone. Quindi, chi occupa posti di potere, chiaramente in base al suo animo, può essere buono o può essere cattivo. Questo è un dato di fatto. Detto questo, io e mia madre è da più di un decennio che andiamo per istituti a parlare di Attilio. È chiaro che è lì che bisogna far attecchire il senso di giustizia nelle coscienze, coltivare le coscienze sociali buone. Ed è lì che quella coscienza rimane, pervasa dal bene.

Prima abbiam detto quanto Attilio, per chi lo viveva quotidianamente e poteva bene descriverlo, fosse una persona brillante. Addirittura, avevo appuntato qui una frase del professor Ronzoni, del Policlinico Gemelli di Roma, il quale definiva Attilio “Uno dei ragazzi più brillanti che io abbia mai incontrato nella mia carriera. Il figlio che tutti vorrebbero avere”. Ora, cerco un link di collegamento fra questa affermazione e la domanda che le ho fatto in precedenza, circa la difficoltà nel parlare con i giovani. Quando un giovane ascolta una simile storia, la storia di un ragazzo meridionale che raccoglie le soddisfazioni di quelle opportunità offerte da una terra certamente lontana da quella che gli ha dato i natali, ma che per la sua terra resta motivo d’orgoglio, non trova che sia un po’ demotivante, per un mio coetaneo o per i ragazzi con cui lei ha avuto modo di parlare, che questo Paese non sia capace di salvaguardare e tutelare i propri figli migliori? E che rende più agevole il futuro dei suoi figli peggiori?

Purtroppo noi abbiamo un compito, e mi riallaccio alla domanda precedente: il nostro compito, il compito mio e di mia madre, ma soprattutto il compito degli insegnanti, è quello di educare i ragazzi non ad una visione edulcorata della vita e della società, ma ad una visione reale ed obiettiva di quello che può loro aspettare. In questo caso, a quello che dicevo prima: una realtà dove le istituzioni possono essere votate al male, ma possono anche essere, altre volte, istituzioni votate al bene. Una volta che i ragazzi hanno una consapevolezza di quella che è la società, di quella che è la realtà, possono approcciarsi in modo differente alla giustizia. La giustizia è una parola, ma non significa automatica tutela a 360°: i ragazzi, ma anche noi adulti cittadini, dovremmo comprendere che la giustizia è fatta per mano umana, cammina sugli uomini. Quindi, dobbiamo affidarci alla giustizia, certamente. È questo che dobbiamo fare: dobbiamo credere fermamente che ci siano uomini corretti e non corrotti. Purtroppo capita, non spesso ma capita, che ci si imbatta in persone corrotte. Ed è qui che dobbiamo ancora di più aver fede nella giustizia, desiderarla, continuare a combattere, sempre e tenacemente. Perché se molte persone, come in questo, presenti nella giustizia vorrebbero mascherare, camuffare, omettere la vicenda di Attilio, io e mia madre, molte altre persone, questo non lo permetteremo e permetteranno mai, diffondendo questa situazione. Io non so se mia madre, o mio padre, riusciranno a vedere una verità giuridica. Forse, non so se mai la vedrò neanche io. Ma qualcuno la vedrò e, quel qualcuno, combatterà per me. Per la giustizia.

Prima di iniziare questa intervista, dottor Manca, dicevamo della storia del Carabiniere Agostino che, dopo trent’anni, ha trovato anche nella verità processuale conforto, con la condanna del boss Madonia. Un sollievo anche per il padre, che da trent’anni lotta per avere giustizia, perché il figlio abbia giustizia. Qualcuno si crede se dopo trent’anni abbia ancora un senso, se dopo trent’anni ci sia ancora la necessità, e se magari, dal punto di vista processuale, diventi anche tutto più difficile. Però, noi crediamo che far luce anche dopo decenni su degli eventi oscuri sia l’unico modo, per chi da fuori guarda la giustizia, di ritrovare fiducia nello Stato. Perché chi guarda da fuori ed ascolta da fuori queste storia, o legge di storie che probabilmente qualcuno ha dimenticato, comprende che qualcun altro, invece, per quella storia ha continuato a combattere. E, se si è arrivati ad una verità processuale, se lo Stato ha fatto giustizia, tutti noi possiamo guardare con ritrovata fiducia alle istituzioni. Sono passati quindici anni dalla morte di Attilio, eppure il suo sguardo dolce possiamo oggi considerarlo come il simbolo di tutte quelle coscienze che non rassegnano al tempo, perché nel tempo trovano speranza di verità. Spesso, noi giovani siamo assaliti dal dubbio di crederci fino in fondo, dottor Manca, glielo assicuro. Molto spesso la motivazione di un giovane nel continuare a combattere in questa terra si svuota di ogni significato e ci si abbandona alla volontà di coltivare le proprie ambizioni, e di farlo lontano dalla propria terra, pur di non piegarsi. Lei, se dovesse mandare un messaggio a quei ragazzi coraggiosi che rimangono, ai ragazzi della Prima o Poi ed a tutte le giovani ed i giovani calabresi, siciliani, pugliesi, campani che leggeranno queste parole, ai futuri non rassegnati, che messaggio manderebbe?

Quelli che restano devono imparare a conoscere, ed ancora conoscere. La conoscenza credo che sia la cosa più preziosa che possiamo avere nella nostra vita. Soprattutto in terre belle e maledette, come le nostre. Territori che possono essere tanto piacevoli, ma anche tanto brutti per le scelleratezze commesse. La conoscenza a cosa serve? La conoscenza serve che casi analoghi a quello di Attilio possano perpetrarsi in futuro. Conoscere il proprio territorio per la salvaguardia di noi stessi e, secondariamente, delle persone che ci stanno accanto. Informarsi attraverso la storia di quel territorio, farlo attraverso i personaggi che hanno fatto il buono ed il cattivo tempo. Conoscere è tutto, credo che questo sia il messaggio.

Se la sua battaglia e questa intervista servirà, almeno un po’, a contribuire a ridare l’immagine vera della bella persona che Attilio era, quella di un professionista stimato ed un figlio esemplare, allora avremo reso un ottimo servizio al suo ricordo ed un appello perché si restituisca dignità ad un ragazzo che amava talmente la vita da non sprecarla certo in una siringa.

Ciao Attilio.

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Meridionale, osservatore critico per passione, studente in Giurisprudenza.

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