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Di Calabria, di amore e di altre sciocchezze: riflessioni ‘emigrate’

Quando rifletto sulla Calabria e sulla mia condizione di ‘emigrante a singhiozzo’ – né mai del tutto partito né mai del tutto rimasto – mi viene spesso in mente ciò che diceva Prezzolini sugli italiani: “appena fuori d’Italia, l’italiano torna ad essere quello che è: piemontese, toscano, veneto ecc.”. È forse questo il motivo per cui al mio quinto anno all’estero mi sento calabrese, prima che italiano. Non si tratta di una vuota contrapposizione Nord vs Sud o di un obsoleto revisionismo storico ‘proterronico’, bensì del fatto che l’identità di un individuo è soprattutto il risultato della sua tradizione socioculturale. Nel mio caso questa tradizione parla di Sud e di Calabria.

Come avviene in tutti gli amori tormentati, in più vissuti a distanza, si cerca nei volti della gente tracce dell’oggetto del proprio desiderio. Così mi ritrovo a scoprire tracce della mia terra nel sorriso bello dei suoi troppi ragazzi, più o meno giovani, costretti ad emigrare; nella luce degli occhi che si accende in chi, almeno una volta, ha avuto la fortuna di godere del colore del nostro mare e dei nostri monti, del calore della nostra gente.

Le ‘sviolinate’ complici non fanno però per me, così la riflessione, quando diventa più profonda, lascia le note rose dell’amore e si tramuta nella rabbia di un amante tradito: bisognerebbe poter scegliere di partire per fare esperienze di vita, non essere costretti a partire per mantenere la propria dignità. Una terra che perde i suoi figli migliori sta svendendo il suo stesso futuro.

Così da lontano diventano tristemente evidenti, e forse ancora più insopportabili, gli atavici mali calabri, che troppi dei nostri conterranei accettano come realtà immutabile.

Il chiedere per favore ciò che è dovuto per diritto e la malsana logica della raccomandazione che rendono il principio di uguaglianza, che dovrebbe essere alla base del nostro sistema democratico, una storiella da raccontare nelle aule universitarie. Tutto sembra dipendere da quanto possiedi e da chi conosci.

Le migliaia di preferenze per i soliti improponibili personaggi che hanno costruito fortune personali e familiari sulle ceneri della nostra regione.

Il potere delle ‘ndrangheta a cui in troppi, in alto ed in basso, mostrano una vergognosa deferenza.

I colpevoli vengono sempre cercati altrove – i politici, il governo centrale, fino a risalire all’unità d’Italia e ai Borboni – secondo una ben rodata logica dell’autocommiserazione, per cui si è sempre vittime di qualcun altro/qualcos’altro. Se da un lato è vero che le responsabilità sono in primo luogo politiche e che spesso il bisogno non permette di alzare la testa; dall’altro è innegabile come i comportamenti delle persone, non le loro opinioni, abbiano una notevole influenza sul cambiamento delle società e la dignità dovrebbe delle volte impedire di abbassarla quella testa.

Gli esempi di ‘schiena dritta’ non mi sono per fortuna mancati, così come non mancano in Calabria realtà associative di varia natura che seminano con impegno e sacrificio i semi del cambiamento. E allora il veleno della rabbia si sopisce e ritorno a sognare con speranza del blu del mio Jonio.  

Articolo originariamente scritto per TAG MAGAZINE

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Author: Domenico Giannino

Spirito europeo nato in Calabria su quel pezzo di mare tra Isola Capo Rizzuto e punta Stilo. Sono dottore di ricerca in diritto pubblico comparato presso l’Università della Calabria. Vivo a Londra dove – oltre and insegnare diritto in diverse università – sono ricercatore presso l’Institute of Latin-American Studies. Da diversi anni collaboro attivamente con vari blog in Italia e nel Regno Unito, scrivendo di politica, diritti umani, beni comuni e tutela dell’ambiente.

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