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Lezioni dalla Pandemia AKA Elogio della Lentezza

Qualche settimana fa è venuto a mancare Franco Cassano, sociologo dell'Università di Bari.
Ho ripreso in mano il suo libro forse più famoso: 'Il Pensiero Meridiano'. Una roba che ogni buon meridionale dovrebbe leggere, scritto da uno che meridionale non era.  Cassano racconta un "Sud-Non Inferno", oltre la retorica della terra devastata dalla mafia con delle spiagge caraibiche. Un Sud in cui sono sedimentate civiltà antichissime profondamente legate al Mediterraneo e ai suoi ritmi che non sono quelli delle metropoli occidentali.

Ma non è questo il punto.

Il punto è che mentre lo rileggevo, mi sono imbattuto nei video dello scorso weekend sui Navigli. La prima reazione è stata di rabbia: "cazzo non impariamo mai"; "non ci sono bastati migliaia di morti"; "non e' questione di Conte, Draghi, Salvini, non ci salva nemmeno Mandrake".
Poi respiri e pensi che -  un po' di storia l'hai studiata - i cretini ci sono sempre stati e, presumibilmente, ci saranno per sempre.

Cosa ha insegnato a te quest'anno di restrizioni, divieti e lezioni online?

Beh, innanzitutto, ad andare lenti. Anche la metropoli in cui vivi - una delle più caotiche del mondo - ha dovuto rallentare. Si è dovuta riconnettere a quei ritmi mediterranei di cui parla Cassano.
E non è male, si badi bene. "Chi corre non vede niente e invece bisogna sapere vedere, sia vicino che lontano", suggeriva Claudio Gioè/Totò Riina nella serie 'il Capo dei Capi'.

Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di
contadine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi
magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il
libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina.

 

Lo stare da se'. Il non dover essere sempre circondato da persone con il solo scopo di non aver tempo per guardarsi dentro. La felicità delle passeggiate solitarie e dell'avere in tasca solamente le mani.

Bisogna imparare a star da sé e aspettare in silenzio, ogni
tanto esser felici di avere in tasca soltanto le mani.

 

Il pensare senza uno scopo. Il fatto che non si possa progettare ci fa, alle volte, mancare l'aria. Tuttavia, ci lascia liberi di pensare senza uno scopo, di "pensare liberi".

Andare lenti è suscitare un pensiero involontario e non progettante, non il risultato dello scopo e della volontà, ma il pensiero necessario, quello che viene su da solo, da un accordo tra mente e mondo.

 

Un caffè, una paglia, una birra su un muretto, quattro chiacchere con un amico. Abbiamo, forse più consapevolezza delle piccole cose e della loro, fondamentale, importanza.

Andare lenti è ruminare, imitare lo sguardo infinito dei buoi,
l’attesa paziente dei cani, sapersi riempire la giornata con un
tramonto, pane e olio.

 

La macchina dei nostri sistemi economici ha iniziato a tremare. La lentezza ci offrirà, forse, un riparo.

Questo pensiero lento è l’unico pensiero, l’altro è il pensiero che serve a far funzionare la macchina, che ne aumenta la velocità, che si illude di poterlo fare all’infinito. Il pensiero lento offrirà ripari ai profughi del pensiero veloce, quando la macchina inizierà a tremare sempre di più e nessun sapere riuscirà a soffocare il tremito.

 

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Author: Domenico Giannino

Spirito europeo nato in Calabria su quel pezzo di mare tra Isola Capo Rizzuto e punta Stilo. Sono dottore di ricerca in diritto pubblico comparato presso l’Università della Calabria. Vivo a Londra dove – oltre and insegnare diritto in diverse università – sono ricercatore presso l’Institute of Latin-American Studies. Da diversi anni collaboro attivamente con vari blog in Italia e nel Regno Unito, scrivendo di politica, diritti umani, beni comuni e tutela dell’ambiente.

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