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“Roma Nun Vole Capi”: la Maledizione della Città Eterna

Meglio essere chiaro fin dal principio: io sono tra quelli che ha gioito, ed anche di gusto, per l’ampia vittoria di Virginia Raggi alle comunali romane di giugno. Il bel sorriso della sindaca romana e della sua collega di partito torinese hanno fatto ben sperare gran parte dell’elettorato. Inoltre, il movimento popolare creatosi attorno a tali elezioni ha evidenziato un positivo ritorno del ‘politico’, da troppi affrettatamente etichettato come populismo.

La valutazione dell’azione amministrativa di un sindaco in poco più di sei mesi non può che essere disonesta o almeno pretestuosa. Ciό è ancor più vero in una città che ha accumulato una media un paio di miliardi di euro di debito per ogni giunta: da ‘Cicciobello’ Rutelli a Walter Veltroni – forse un talento letterario, ma non certo amministrativo – passando per Gianni Alemanno fino a Ignazio Marino, invero l’unico ad aver ridotto il debito ad una media di 12987 euro al giorno, ma che si è dimostrato politicamente inadeguato a gestire la ‘patata bollente’ romana.

Le possibili valutazioni politiche sulla giunta grillina invece sarebbero molteplici riconducibili, a mio parere, al maggior vulnus del M5S, la sue chiare difficoltà nella comunicazione: dalla palese incompetenza di molti dei collaboratori, alla cattiva gestione dell’affaire Muraro-Marra-Romeo; dalla poca chiarezza dinanzi all’avviso di garanzia ricevuto – detto tra parentesi un’informazione di garanzia ad un sindaco non è per nulla infrequente e spesso non ha nulla a che spartire con concetti quali l’onesta e la buona amministrazione – al casus dell’assessore Berdini.

Al di là della facile ironia che responsabili della comunicazione come Rocco Casalino suggeriscono, i grillini da un lato non vengono certo trattati con i guanti bianchi dal giornalismo nostrano – condizione tipiche delle opposizioni in un paese con un’informazione sempre molto pro-governativa, secondo il ben noto motto ‘strisciando non si inciampa’ – dall’altro sono spesso incapaci di comunicare efficacemente non solo i risultati raggiunti, ma anche più semplicemente il loro punto di vista.

Applicando alla vicenda Raggi, e più in generale al fenomeno grillino, la famosa regola del rasoio di Ockhan – per cui “la spiegazione più convincente è quella che richiede il minor numero possibile di ipotesi successive” – è inutile immaginare retroscena cospiratori a finalità totalitarie, quando il tutto è riconducibile all’inesperienza politica e, spessissimo, all’incapacità comunicativa.

Chiarito preliminarmente ciό che, condivisibilmente o meno, penso sulla vicenda politica, é interessante accennare alcune delle motivazioni per cui il governo della città Roma sia un ginepraio inestricabile non solo per gli inesperti grillini, ma per ogni governo che vi sia cimentato durante la seconda Repubblica. Non è un caso infatti che nessuno fosse particolarmente preoccupato dell’eventuale vittoria dei grillini: Roma potrebbe rappresentare il requiem per le ambizione governative dei cinquestella. Un ginepraio non solo politico, ma soprattutto amministrativo, che ha trasformato il governo di Roma in una iattura.

Una delle motivazioni di tale maledizione è sicuramente di carattere normativo. I cambiamenti in senso suppostamente federale del nostro sistema costituzionale e il riconoscimento a Roma del suo status di capitale, sono stati accompagnati da una applicazione normativa abbastanza nebulosa e da un vistoso riaccentramento dovuto sia all’abnorme debito che al problema sicurezza.

Poco convincenti risultano perciò le proposte in chiave riaccentratrice, avanzate prima a causa del tornado Mafia-Capitale e piú di recente a causa della presunta ingovernabilità della città. Roma non è Reggio Calabria ed un suo eventuale commissariamento, o comunque sospensione della sua guida politica elettiva, sarebbe una sconfitta che il Paese non poteva e non può permettersi. A ciό si aggiunga il fatto che la giunta capitalina è vecchia solo di qualche mese quindi trarre dei bilanci – che non siano a mero uso politico/giornalistico – è quantomeno affrettato. Fino adesso non si è stati capaci di governare Roma secondo standards europei, questo è un fatto; che Roma sia ingovernabile assomiglia invece di più ad un alibi.

Una problematica che Roma condivide con le altri grandi città e con le Regioni, è legata allo spoil system ‘alla matriciana’ introdotto nel modello italiano a fine anni ’90.

L’esperienza comparata ci insegna che il trapianto di un istituto giuridico funziona quando sono simili le condizioni di applicazione dello stesso, diversamente avviene un distorsione del modello impiantato. Nel caso di specie la volontà di evitare il blocco delle decisioni politiche da parte di un’amministrazione ostile ha avuto come chiaro effetto discorsivo l’aver lasciato la pubblica amministrazione alla mercé del potere politico; tanto che il dirigente ‘braccio destro’ è più preoccupato di accaparrarsi le simpatie del suo protettore politico – quello presente e se possibile anche quello futuro – piuttosto che ispirare la sua azione a criteri di legalità e di imparzialità dell’azione amministrativa.

Certo in un mondo perfetto la schiena dritta andrebbe praticata e non solo predicata, ma rebus sic stantibus non ci si possono certo aspettare dei suicidi di massa sull’altare dell’onestà.

Come accennato al principio, l’enorme debito della capitale rappresenta un chiaro ed evidente limite alle capacità gestionali dell’amministrazione capitolina. A ciό si aggiunga il fatto che Roma capitale ha più dipendenti di Fiat-Chrysler; la loro posizione è di sostanziale intoccabilità e, infine, per mezzo delle sigle sindacali che ne tutelano gli interessi corporativi, tali dipendenti hanno prodotto, come affermato condivisibilmente da Galli della Loggia qualche mese fa sul Corriere, “una vera e propria privatizzazione strisciante di ciò che era e doveva restare pubblico”.

Last but not least, l’influenza della criminalità organizzata sulla gestione della cosa pubblica. Gli sviluppi relativi all’inchiesta Mafia-capitale hanno dimostrato una presenza pervasiva di gruppi di criminalità con una spiccata capacità intimidatoria nei confronti del potere politico, a cui sono spesso organici.

Alla mafia autoctona si deve aggiungere – proprio perché come diceva ErSatana in Romanzo Criminale “Roma nun vole capi” – la presenza cospicua e forse molto più pericolosa di mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti. Il risultato, evidenziato da diverse fonti investigative, è di una ‘città aperta’ in cui operano ed investono tutte le principali organizzazioni criminali del Paese.

Roma, per me come per tanti, è un luogo del cuore prima che uno spazio fisico e la sua lenta agonia non può certo fare piacere al di là del colore politico delle giunte passate e di quelle presenti. Per chi ha avuto occasione di vedere come funziona una qualsiasi capitale europea – senza scomodare il ‘civilissimo’ Nord Europa, basta dare un’occhiata alla Spagna ed a molte delle capitali dell’Europa Orientale – in termini di servizi, infrastrutture e competenza della pubblica amministrazione, ci si accorge della drammaticità della situazione romana, purtroppo specchio fedele di un Paese allo sbando. 

Articolo originariamente apparso su LINKIESTA

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Author: Domenico Giannino

Spirito europeo nato in Calabria su quel pezzo di mare tra Isola Capo Rizzuto e punta Stilo. Sono dottore di ricerca in diritto pubblico comparato presso l’Università della Calabria. Vivo a Londra dove – oltre and insegnare diritto in diverse università – sono ricercatore presso l’Institute of Latin-American Studies. Da diversi anni collaboro attivamente con vari blog in Italia e nel Regno Unito, scrivendo di politica, diritti umani, beni comuni e tutela dell’ambiente.

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